mercoledì 9 marzo 2016

Chocolat

Penso che la passione per il cioccolato, tranne rari casi masochistici, sia una cosa che vive dentro di noi, un pò come l'amore, la gioia, tutti ci inteneriamo davanti ad un bambino piccolo o ad un cucciolo, il cioccolato è così, è tenerezza, è calore, è trasgressione e complicità insieme, è buona in sostanza.
Forse mi sbaglio, ma io per la cioccolata ho questo tipo di trasporto, fondente chiaramente, non so se la preferisco più della ricotta dei cannoli, ora non mi mettete in difficoltà però, odio scegliere quando si tratta di alchimie che arricchiscono l'anima e sublimano il palato, comunque se dovessi essere uno dei pochi a nutrire questi sentimenti, conosco pure il perchè.
La nonna paterna era originaria di Ortona a mare in abruzzo, figlia di secondo letto del principe di Belmonte, ecco perchè quando faccio gli esami del sangue, il mio ha un colore che da decisamente sul blu, ai tempi, escluso il primo figlio, gli altri abbracciavano la religione, o come è successo a mia nonna, andò come dama di compagnia, presso una nobil donna romana.
Questa aristocratica un giorno si recò a Palermo, in visita da amici facoltosi della Palermo bene, mia nonna Flora oltre ad essere la dama di compagnia era anche la cuoca personale, tant'è che cucinava da favola, in un mix di arte culinaria, abruzzese, romana e siciliana, di cui io mi sento degno erede.
A Palermo, mia nonna andò insieme alla cuoca dell' aristocratica panormìta, al mercato della vucciria a comprare insieme tutto quello che poteva servire e che poteva essere di gradimento, anche della nobil donna romana in trasferta.
Si fermarono in un negozio di frutta e verdura, dove un bel ragazzo alto, biondo, occhi azzurri e con una fossetta sul mento tipo Kirk Duglas, oltre a darsi da fare nella vendita dei suoi prodotti, si dava da fare con le belle signore, che apprezzavano con piacere la corte spudorata di Turiddu.
Neanche mia nonna riuscì a sottrarsi al fascino arabo-normanno che contraddistingue i Crisà, lo so è un marchio di fabbrica, così come vi dicevo, tra una battuta e l'altra, mio nonno capì che mia nonna era "forestiera" e cominciò a prenderla in giro, da lì poi si sono rivisti, hanno fatto la "fuitina" e mia nonna è rimasta a Palermo.
Cosa centra con il cioccolato ? calma, fatemi arrivare, in abruzzo era consuetudine, per la ricorrenza del compleanno o dell'onomastico, fare trovare al risveglio del festeggiato, un tazzone di cacao con i biscotti da inzuppare e questa consuetudine, mia nonna la inserita nelle abitudini palermitane di casa nostra.
Ora come vi ho già detto, i miei nonni abitavano sullo stesso pianerottolo, possiamo dire che si trattava di una casa allargata, ogni occasione era buona per festeggiare, a biscotti e cacao per tutti, ne ho tanto presa l'abitudine, che quando andavo alle superiori e anche ve l'ho detto, la mia ricreazione era con cioccolata calda e cartoccio, cioccolato e ricotta, due delle mie molteplici passioni.

giovedì 3 marzo 2016

Il marmittone.

Fin qui vi ho parlato di calcio, di scuola, di ragazze, d'estate, di Favignana, di fame e di Terrasini, adesso vi racconterò del servizio militare, intanto, forse a causa dei due anni persi a scuola, che mi hanno costretto a chiedere due rinvii, o forse per via dell'intenzione di iscrivermi all'università (no ne avevo nessuna voglia, volevo lavorare) e di essere studente fuori sede, (per l'occasione ero residente a Castellammare del Golfo), o chi sa per quale altro motivo ma sono partito in ritardo a 21 anni.
Sono partito il 9 di dicembre, veramente dovevo partire il 5, ma siccome mi ero fidanzato ufficialmente da qualche mese, proprio perchè  dovevo partire militare, mio padre con le sue conoscenze, riuscì a farmi partire 4 giorni dopo per Casale Monferrato in provincia di Alessandria.
Era la stessa caserma, dove vent'anni prima mio padre aveva fatto anche lui il C.A.R. e siccome Casale si trovava ad una ottantina di chilometri da Torino, invece di andare direttamente in caserma, con il treno sono andato direttamente a Torino a salutare mia nonna e i miei zii, tanto dovevo presentarmi in caserma l'undici dicembre.
Mio zio Paolo appena sono arrivato mi disse: ma no che ti porto domani in caserma, il 13 c'è santa Lucia, la nonna fa le arancine, il risotto alla milanese, ti porto a Casale il 14 mattina, ed io: ma zio mi mettono in punizione e lui: non ti preoccupare non ti fanno niente e così è stato.
Ci siamo presentati il 14 mattino e a giustificazione del ritardo mio zio gli disse che il cambio d'aria, dal sud al nord, mi aveva fatto venire la febbre, mi trovavo dagli zii, che non se la sono sentita di accompagnarmi in caserma con la febbre alta.
Non credo se la fossero mai bevuta, del resto erano abituati ai soldati che si inventavano scuse incredibili, sentivo comunque attorno a me, un clima leggermente ostile, ma chi se ne fregava. 
Era già il 15 e il maresciallo aveva chiesto di formare due gruppi, uno di chi voleva andare in licenza a Natale e l'altro di chi voleva andare a Capo d'anno, quelli che preferivano il Natale erano pochi, così d'ufficio (oramai mi ero giocato la facoltà di scelta) mi mandarono in licenza il 22 dicembre.
Dopo 8 giorni di militare ero già in licenza, al rientro sarebbero partiti quelli che avevano scelto capo d'anno e invece mio padre mi fece dare, sempre tramite conoscenze, altri 5 giorni di malattia e così sono rientrato il 3 gennaio, con i marescialli che mi guardavano in cagnesco, ma stavolta cominciavo a fregarmene di meno.
Le giornate passavano come tutti, marce ed esercitazioni sulla neve, piantone nelle camerate, li almeno si stava al calduccio, code interminabili per il rancio, al freddo e sopra la neve, libera uscita per le strade di Casale e prove di tiro.
A proposito di sparare, siamo andati un giorno a lanciare le granate e un'altra volta a sparare con il fucile garand, un pezzo da museo dell'ultima guerra, ti davano un caricatore con 6 colpi, messi in riga per 10 uno accanto all'altro e al via, dovevi buttarti per terra in una postazione già preparata e sparare ad una sagoma ad una certa distanza.
Appena scaricato il caricatore, ci si alzava e venivano contati i centri, io ero il quinto e così .... il primo 4; il secondo 4; il terzo 5; il quarto 3, io zero.....il maresciallo mi guardò stringendo i denti e pensando non tanto velatamente: il solito meridionale buono a nulla solo bravo a marcare visita, a me non interessava più di tanto cosa pensava lui, ma mi rodeva avere fatto la figura dell'impedito davanti a gli altri.
Eppure ricordavo perfettamente di avere preso la sagoma più volte, continuiamo il conteggio .... il sesto 12, il maresciallo mi riguarda ed io con aria sprezzante e un ghigno beffardo, mi gustavo la mia rivincita.
Tra lettere e telefonate, è arrivata la fine del mese e con lei il giorno del giuramento, dalla sicilia con furore, noto film di Franco e Ciccio come consuetudine arrivarono: mia madre e mio padre con mio fratello Marcello che ha avuto la febbre per tutto il tempo che è stato a Torino, i miei suoceri e la mia fidanzata, a fine del giuramento ho avuto un 36 (ore di licenza) e con loro sono stato dagli zii, abbiamo visitato Superga, bevuto e mangiato gustando la deliziosa cucina della nonna e poi sono tornato in caserma, per essere trasferito a destinazione, a Brescia.
Appena arrivato mi hanno aggregato al corso di pilota carro che era già iniziato, vi immaginate, qualche anno prima avevo fatto il corso di pilota d'aero ed ero stato scartato per una leggera forma di otite alle visite mediche ed ora dovevo pilotare un altro trabiccolo ma terrestre.
Il corso era iniziato e quindi dovevo aspettare la conclusione, (20 giorni) poi una stacco di altri 20 giorni e infine 30/35 giorni di corso e solo allora avrei potuto avere la licenza.
La cosa non mi andava giù per niente, così mi sono messo a rapporto dal tenente e gli ho chiesto se potevo andare in licenza prima di cominciare il corso, lui mi trovò simpatico, un tipo tosto mi disse e mi mandò in licenza, aggiungendo: quando torni ti fai il corso di pilota, poi quello di furiere, appena finito quello di caporale e infine quello di tavolettista, diciamo ca mi cunzò u capizzo, tradotto, mi ha sistemato per le feste, ma intanto me ne sono andato in licenza.
Erano i primi di febbraio, in meno di due mesi avevo avuto due licenze, un 36 e avevo marcato visita 3 volte, se non vi dispiace, come sempre, avevo capito tutto della vita, per non dire che ad ogni corso avevo una licenza, in pratica una al mese, durante i corsi non facevo servizi, guardie e così via.
Quindi sono andato da caporale in fureria e da capo furiere, in verità il vero comandante della batteria ero io, andavo in licenza tutti i mesi e tutti imesi in 48 a Torino dagli zii.
Uscivo il venerdì pomeriggio per la libera uscita, prendevo il treno e la sera tardi cenavo già a Torino, poi la domenica dopo cena prendevo il treno e alle 3 di notte mi ritiravo in caserma, sempre una volta al mese avevo un 36, che utilizzavo per visitare la zona limitrofa di Brescia.
E' stato un anno di viaggiare e spesso erano viaggi lunghissimi e da cani, ma dei miei viaggi possibilmente, scriverò in un altro libro.
Mi sono congedato ugualmente il 6 dicembre di un anno dopo, avrei dovuto allungare di quei famosi 4 giorni di ritardo, ma l'intercessione di un sergente palermitano, mi permise di tornare a casa come tutti gli altri, per la festa dell'immacolata.
Quindi non ho fatto in pratica un anno di militare, ma 11 mesi e 26 giorni e non ci crederete, ma quei quattro giorni li sto scontando 40 anni dopo, in occasione della pensione e vi spiego.
Il servizio militare una volta riscattato, diventa servizio effettivo prestato ai fini pensionistici, ebbene, raggiungerò i 35 anni di servizio il 2 novembre 2016, 34 anni e 4 giorni di servizio, più 11 mesi e 26 giorni di servizio militare, se non mi fossi fermato a Torino per il risotto alla milanese, sarei andato in pensione il 30 ottobre 2016, ma è valsa sicuramente la pena, barattare 4 giorni di pensione con gli arancini di nonna Flora.

venerdì 26 febbraio 2016

1970 licenza di essere ucciso.

Chiusa la trilogia della scuola, torno ai fasti di Terrasini, dalle francesine alla mortadella passando ad uno spavento che non vi dico, ma ve lo dico, ve lo dico, non preoccupatevi.
Allora, avevo chiuso con Rita, mi aveva "chiuso" Emanuela, avevo ricevuto un bel po di "due di picche", quando da alcuni parenti di mio padre, che nel frattempo si erano insediati a Terrasini anche loro, arrivarono per la villeggiatura due sorelle, a sua volta parenti di chi le ospitava.
In sostanza "parienti ri parienti, ca a mia ummi vieni nienti", traduco: parenti dei miei parenti, che a me non vengono nulla, in pratica non erano parenti miei, ma questa larga parentela, serviva per frequentarci più liberamente e per tenere lontani "gli avvoltoi", sempre pronti a soffiarti le ragazze da sotto il naso.
Non so se vi ho detto che Gianni poi l'ha pagata, quella vittoriosa conquista francese alla cantina, una sera non ricordo per quale motivo, non siamo andati alla cantina a ballare, il motivo sarà stato sicuramente perchè "ni liccavamu a sarda", in parole povere eravamo singoli e così siamo andati in spiaggia a fare il bagno di notte e li Rosario ha meditato e messo in atto, la sua vendetta.
Abbiamo posteggiato la macchina sotto il terrazzo dello chalet, dove stavano ballando, il mare nero luccicava di una scia riflessa dalla luna, decorato dalla bianca spuma del riflusso delle onde, ci siamo fermati vicino la riva, eravamo gli unici esemplari sulla spiaggia deserta, abbiamo appoggiato su una tovaglia i nostri vestiti e ci siamo immersi.
La carezza tonificante dall'acqua tiepida, ti dava una sensazione di pace e benessere, non tanto lontane dalla terrazza dello chalet, arrivavano le note "sbiadite" delle canzoni, siamo rimasti in acqua per un quarto d'ora, venti minuti al massimo e siamo usciti a prendere i "rizzi i friddu", i brividi di freddo, che nonostante fosse agosto, bagnati e a quell'ora, non poteva essere diversamente.
Con le tovaglie sulle spalle e tra una sigaretta e l'altra, si "sparlava" di questa o di quella ragazza, quando ad un tratto Rosario rivolgendosi a Gianni gli dice: eppure, vediamo se sei coraggioso, dammi la rivincita della scommessa delle francesi, fatti il bagno nudo.
Gianni tentennò un poco e siccome era un inguaribile istrione, rispose: accetto ! sfilò via il costume e di corsa si infilò in acqua, Rosario prese i vestiti e corse in macchina e non appena l'ignaro Gianni uscì dall'acqua ed era nudo sul bagnasciuga, gli puntò contro i fari della macchina e lo piantò in acqua per diverso tempo.
Vendetta compiuta, ma torniamo alle sorelline, pensate che io e Rosario ci saremmo fatti scappare l'occasione ? che non sia mai, così le abbiamo invitato subito ad uscire, si sono create le coppie in modo naturale (a me toccava sempre la più brutta) e nel giro di un paio d'ore eravamo già "fidanzati".
Perfetto, si torna in pista, ricomincia la vita da "vivier", la mattina passavamo a prenderle a casa ed andavamo al mare, strusciate, bagno, "limonate", mattina, pomeriggio e sera, ma non era la cura del medico.
A quei tempi a Terrasini stavano allungando i moli frangiflutti e avevano dragato il fondo del porto, riponendo la sabbia di risulta, nel tratto più stretto della spiaggia, creando delle dune che di fatto dividevano la spiaggia in due parti, dietro quelle dune, avevamo preso l'abitudine di appartarci.
Era diventata una sorta di "atollo", c'eravamo solo noi quattro, tutte le dune e il mare era a nostra disposizione e siccome l'occasione fa l'uomo ladro, tra un bagno e l'altro i costumi volavano via che era un piacere ed era veramente un piacere, sul serio, credetemi.
Così un giorno, eravamo appena rientrati dal bagno e ci siamo distesi a prendere il sole di fianco uno difronte al proprio patner, mentre armeggiamo con reggiseno e mutandine (la descrizione è necessaria) e ad un tratto Rosario con voce ansiosa mi dice: Salvo ma chi è quello che esce dal mare ? ci siamo ricomposti e messi seduti a guardare.
Piano piano, la figura scura emergeva dalle acque e si avvicinava, come Ursula Andress in "007 licenza di uccidere", nera e minacciosa, si identificava sempre più in un sub armato di tutto punto, coltello dentellato, fiocina armata pronta a sparare e con la maschera in volto per non essere riconosciuto, dopo il quadruplice assassinio.
Adesso era sulla battigia, il cuore andava a mille, la salivazione era azzerata e il sangue era schizzato al cervello, si avvicinava, tolse la maschera e li siamo morti tutti e quattro, era il padre delle due ragazze, l'imbarazzo regnava sovrano, volevamo scappare, sotterrarci sotto la sabbia, senza nemmeno metterci d'accordo, abbiamo trovato il compromesso, abbiamo fatto finta di niente, ad un tratto si è fermato e rivolgendosi verso di noi ci disse: scusate, sapete che ora è ?
Rosario dopo avere deglutito non so quante volte rispose: mezzogiorno e lui: ok, grazie, rimise la maschera, fece un goffo giro di 180 gradi e "pinneggiando" così come era arrivato andò via, scomparendo tra i flutti.
Ci siamo guardati increduli, il sangue tornò a scorrere tranquillo, il cuore è tornato al suo posto, bevemmo un sorso d'acqua e ci siamo abbracciati, anche lui era stato in imbarazzo, così tanto che non si accorse che quelle ragazze li, appartate con noi erano le sue figlie.
Foto tratte dal web.

venerdì 19 febbraio 2016

Copertina

In attesa di pubblicare, credo gli ultimi tre capitoli, più uno conclusivo che dovrebbe raccoglie piccoli fatti, più che vere e proprie storie, ai miei lettori affezionati la maggior parte dei quali, sopravvalutandomi mi chiede di pubblicare un libro, dedico e presento in anteprima e sicuramente nell'unica apparizione in pubblico, la copertina di questo richiestissimo libro.
Il tentativo di trovare un matto disposto a farsi ridere dietro, per pubblicare il libro lo farò, male che vada e che andrà, pagherò una tipografia in rovinose condizioni economiche disposta a tutto e mi farò stampare il libro, che venderò obbligatoriamente ad amici e parenti, ad una cifra simbolica di 99 euro e 90 e non avrò mai i 10 centesimi di resto, per beneficenza, la mia.


Foto tratta dalla copertina del omonimo bestseller.

giovedì 11 febbraio 2016

Trilogia

La "trilogia" della scuola si conclude con le anticipazioni del post precedente, sulla "Pergola", il viaggio d'istruzione a Taormina, i temi di mia moglie e il ritorno a scuola dopo 10 anni.
Non so se vi ho detto che dopo due anni di industriale, ho deciso di cambiare e ripartire da zero, in una scuola che mi soddisfacesse di più, così mi sono iscritto al professionale, nella sezione disegnatori, se no che "nuovo giotto" ero, devo dire che ho fatto bene, avevamo un paio di rientri pomeridiani che dedicavamo solo ed esclusivamente al disegno, era un po come se lavorassimo nell'ufficio progettazioni della fiat.
Si facevano tutte la materie, magari meno approfondite, ma si simulavano progettazioni meccaniche, con i relativi disegni, quindi al contrario degli altri istituti, da noi c'era la mensa e con un contributo di 60/80 lire, mangiavi un primo, un secondo e la bibita.
Dirvi che si mangiava male, mi sembra superfluo, difronte la scuola un po più sotto, tra i palazzoni nuovi, c'era una casa rurale, residuo del saccheggio edilizio, con un gran bel pergolato e li si faceva da mangiare.
Una trattoria casereccia, dove andavano a mangiare: muratori, meccanici e avventori di ogni tipo, tra questi noi quattro, lasciavamo quindi a gli altri la pasta al forno scotta e "squarata" (con poco condimento), la soletta, volevo dire la cotoletta impana, così sottile che era più la panatura che la carne e noi si pranzava a spaghetti alla grassa e salsiccia, il tutto innaffiato da un quartino di vino bianco.
Cosa volete, anche questa è "rivoluzione culturale", non rompevamo solo le scatole, pure gli schemi, per esempio tutti facevano ricreazione con il panino con le panelle, io al bar cartoccio e cioccolata calda, certo si evidenziavano le mie nobili origini, il mio sangue blu, poi qualche volta ve ne parlo.
Torniamo alle panelle e in questo caso all'ultimo anno del quinquennio, l'anno in cui ho conosciuto una ragazzina di sedici anni, con dei meravigliosi capelli lunghi, lucidi e neri, quella che ancora oggi mi sopporta, sorvolo su come l'ho conosciuta e su tutto il resto, andiamo al sodo.
Per evitare che quelli del professionale, si potessero incontrare con le ragazze del magistrale limitrofo, si faceva ricreazione in orari diversi, prima toccava a noi e poi appena rientravamo, andavano a ricreazione loro, io restavo fuori e mi facevo la ricreazione con lei, che mangiava sempre il panino con le panelle, lei mi dava il titolo del tema e io, dopo avere scavalcato per rientrare in classe, mi mettevo all'ultimo banco e gli e lo svolgevo.
Loro rientravano dalla ricreazione nella palestra all'aperto, facevano un ora di educazione fisica e poi tornavano a finire il tema, io gli facevo un tema veloce, veloce e poi dal tetto della scuola, gli e lo tiravo, prendeva sempre due, ma non era colpa mia, dall'altra parte doveva esserci un professore "fascista" che non condivideva le mie idee.
La gita d'istruzione a Taormina. Al terzo anno ne avevamo fatto una a Massalubrenze, io non avevo i soldi e non ci sono andato, è stata un disastro, bottiglie di vino rubate, svuotate e buttate in un campo adiacente all'albero con l'arrivo dei carabinieri, scorrazzamento di compagni nudi per i corridoi dell'albergo a fare i "gavettoni" agli insegnanti, rientro in sede senza un compagno "fuggito" dietro ad una ragazza conosciuta in loco.
Taormina quindi, a quanto pare i professori non avevano imparato nulla e così andiamo a Taormina, passando prima in visita ad una fabbrica nel messinese, appena arrivati nel borgo medievale, facciamo un giro per il paesino e poi siamo andati a mangiare e bere, Sergio e Vicè, che non reggevano nemmeno la coca cola, come sempre si sono ubriacati e quando siamo usciti a fare due passi, Sergio si è preso un vespino posteggiato e si è fatto il giro per il borgo, con tutti noi che lo inseguivamo.
Tornati in albergo, abbiamo provato a fare una partita a carte, ma Sergio e Vicè erano troppo "alticci", così abbiamo deciso di andare a letto.
Nel bel mezzo della nottata sento sbattere la porta della stanza e Sergio che dormiva con me, era al quanto affannato, al buio e assonnato gli chiesi cosa stava succedendo, lui mi rispose: presto, presto ci hanno scoperto e continuava a buttare tutto giù dalla finestra, ho avuto il tempo di fermarlo e mi arriva Bruno: presto, vieni a darmi una mano, mi dice, Vicè si è addormentato con la sigaretta accesa e ha preso fuoco la tenda.
Abbiamo riportato alla calma la situazione, Sergio e Vicè si erano addormentati come due angioletti, quando arrivarono i carabinieri, interrogatori e conseguenti negazioni, è finita con una strigliata da parte dei professori, che prima di partire, promisero solennemente a Sant'Agata, competente per territorio, che non avrebbero più fatto viaggi d'istruzione.
Queste ed altre vicende, sono state negli anni successivi al nostro diploma, motivo di discussione tra i professori e le nuove generazioni di studenti che ci hanno seguito, tanto che un giorno dopo dieci anni, ero al bar davanti alla scuola e parlavo con un professore, quando un paio di alunni si sono rivolti a lui.
Il professore gli rispose dicendo che per il momento stava parlando con Crisà e che ne avrebbero parlato dopo, a quel punto i due ragazzi sono usciti dal bar e gridarono ad un gruppo di altri che era fuori: ragazzi, venite tutti c'è Crisà, e tutti di corsa ad esclamare: ah .... è questo Crisà ?
Sono rimasto senza parole e mi girai a guardare il professore che mi incalzò dicendo: parliamo sempre di voi, di tutto quello che avete combinato, gli raccontiamo sempre le vostre storie, noi non vi abbiamo dimenticato, qui siete famosissimi.

mercoledì 3 febbraio 2016

Alunno modello.

"..... siamo felici che vi siete tolti dalle scatole, ma sentiremo la vostra mancanza, per molti anni ancora".
Questa è la frase con la quale i nostri professori ci hanno "liquidati", ho detto giusto, liquidati e non licenziati, proprio così, credo che nessuno a scuola sia stato un santerellino e che quindi, dopo tutto non eravamo niente di particolare, però qualcosa di diverso c'era.
Intanto credo che eravamo "particolarmente" più maturi degli altri, no più grandi anche se per certi versi lo eravamo, più grandi ... proprio ....  più "avanti" insomma, non so se riesco a dare l'idea, eravamo un gruppo di quattro "compari" e le nostre "malefatte", erano come dire .... intelligenti, piacevoli, educate, non riuscivano mai ad offendere o a costringere qualcuno ad avercela con noi.
Vi faccio un esempio, noi si andava a scuola senza libri, avevamo un quaderno arrotolato che Vicè portava nel suo borsello e su cui a turno prendevamo gli appunti, questi poi io li ricopiavo in bella (quel quaderno c'è l'ho ancora) e studiavamo tutti su quegli appunti, ogni volta che uno di noi doveva essere interrogato.
Certo stavamo attenti alla lezione, in modo che bastava rinfrescarsi la memoria con gli appunti ed eravamo pronti per le interrogazioni, beh, avevamo sempre la sufficienza niente di che, ma ci bastava, i professori solo per noi quattro, ci riservavano interrogazioni sulle lezioni passate e su quella appena spiegata, molto spesso addirittura anche su quella che dovevano spiegare.
Chiaramente si trattava di lezioni logiche, del tipo matematica, meccanica o geometria, dove tutto era logico, conseguenziale, in pratica accettavano la nostra sfida, quella di insegnare per concetti, non a pappagallo, ci dicevano sempre (ancorati a vecchi sistemi): "ti meriti di più, ma siccome non hai fatto i compiti, 6".
Noi gli facevamo notare, che gli esercizi fatta alla lavagna, dimostrano tutto il nostro sapere, fugando ogni dubbio sull'eventuale partecipazione dei nostri genitori, ecco perchè eravamo "avanti" e il perchè di questo amore e odio nei nostri confronti, si davano il contegno da professori, ma sotto, sotto, apprezzavano questa nostra nuova "rivoluzione culturale".
Noi avevamo un così bel rapporto con i professori, ripeto proprio da gruppo maturo, progressista, ricordo che quando facevamo "l'ora", marinavamo la scuola per intenderci, programmavamo insieme con loro, dove andare, perchè noi si marinava la scuola per andare a fare le grigliate in campagna da qualcuno, non per ciondolare ai giardinetti.
Noi per i primi quattro anni, pur frequentando l'istituto accanto a quello femminile, andavamo a "rimorchiare" in altre scuole, chiaramente distanti dalla nostra, questo ci comportava un certo disagio, vista la concomitanza degli orari di lezione e il fatto non indifferente che non eravamo motorizzati e ci si spostava in autobus.
Ora, se alle 8 e 30, avevi finito di baciare una ragazza che stava entrando a scuola e non avendo il dono ubiquità, non potevi essere in quello stesso momento in classe, mettici poi che dovevamo aspettare e prendere l'autobus per andare a scuola, non potevamo fare a meno di entrare a seconda ora.
Secondo voi era un problema ? per niente, si entrava sistematicamente quando arrivavi, l'importante era arrivare entro la prima ora, una faticata che non vi dico, ricordo ancora lo stupore di tutti quei ragazzi davanti al cancello arrivati in ritardo, che scongiuravano il custode di farli entrare e noi, si arrivava e si passava, con tutti li a chiedere come mai, il custode rispondeva: ".... loro possono, sono autorizzati dal preside".
Lo stesso discorso valeva per l'uscita, nell'ultima ora non si poteva andare in bagno, ma noi non potevamo aspettare la fine delle lezioni, così anche se non si poteva andare, una scusa la trovavamo sempre e andavamo via, una corsa con autobus a prendere la ragazza a scuola e l'accompagnavamo a casa, sempre con l'autobus.
Mi trattenevo un poco con lei e tornavo a casa mia (ancora in autobus), erano già quasi le tre e mezzo del pomeriggio, mangiavo, un riposino veloce "buttato" sul divano e attorno alle 17 scendevo da casa per vedermi all'angolo con gli amici, si parlava di calcio, si faceva qualche apprezzamento alle ragazze che passano, ci raccontavamo un sacco di barzellette, uno scherzo a questo, uno scherzo a quello e poi si tornava a casa,
Alle otto si cenava e dovevo essere puntuale, se no erano fatti miei, mio padre ci teneva e tanto e poi menava pure, dopo cena mettevo a posto gli appunti della mattinata, tra un programma televisivo e l'altro e poi andavo a letto, sulle note delle "musicassette", del grande Lucio Battisti.
Per ora questo, poi vi racconto dei nostri compagni di classe che senza di noi non si divertivano, della trattoria la "Pergola", del viaggio d'istruzione a Taormina, di quando sono tornato a scuola dieci anni dopo e di quando facevo i temi a mia moglie e gli facevo prendere due.

domenica 10 gennaio 2016

Il 68 !? Io c'ero.

Fin qui vi ho raccontato di mare, di amori, di calcio e di casse da morto, ma non vi ho raccontato nulla della scuola, la parte che riguarda le elementari, non ha momenti particolari da ricordare, anche perchè i ricordi sono molto sbiaditi, ricordo che andavo a scuola di pomeriggio e mi accompagnava nonno Totò, con cui passavo tutto il tempo in estate, ricordo che andavo pazzo per il panino con lo sgombro che davano alla refezione scolastica e poco altro.
Il nonno Totò era il nonno materno, era invalido di guerra per la scheggia di una bomba e non lavorando più con i carretti, faceva qualche lavoro saltuario e quando era possibile mi portava con lui, quando non lavorava, passavamo le estati sotto casa, nel negozio di "Don Totò ù carbunaru", era un negozio dove si vendeva il carbone e tutte quelle cose per la casa, sapone mollo, DDT alla spina, petrolio per le lampade, candeggina sfusa e così via.
Cosa ci andavamo a fare ? lì si riunivano tre/quattro anziani (allora a 50 anni lo eri) e giocavano a carte, non per soldi chiaramente (anche perchè no ne avevano), così solo per passare il tempo ed è li che ho imparato a giocare a scopone e a tanti altri giochi di carte, scopa, briscola, domino, stop e il "35", un gioco oramai scomparso.
Lo scopone devo dire che mi ha dato in seguito grandi soddisfazioni, militare giocavo in coppia con un mio commilitone anche lui di Palermo e le davamo sempre di santa ragione, a due sottotenenti pugliesi, questo ci permetteva di essere ospiti tutte le sere al circolo ufficiale per giocare e poi mi ricordo di avere battuto con mio padre, il campione regionale di scopone, al meglio delle tre sfide.
Scuola quindi, anche le medie non mi riportano alla memoria niente di importante, se non il fatto che andavo a scuola con i pantaloncini corti e mi vergognavo da morire perchè avevo già le gambe piene di peli, che in quegli anni ci fu un a epidemia di meningite e un terremoto, non quello del 68, che ci costrinse a fare i turni pomeridiani. 
Ricordo in quel periodo che giocavo negli allievi del Palermo e il giovedì pomeriggio andavo a fare gli allenamenti e non frequentavo mai la scuola, proprio nell'unico giorno in cui c'era disegno e ad un certo punto, il preside chiamò mio padre, per obbligarmi a frequentare.
Ricordo che il primo disegno che ho fatto, sbalordì il mio insegnante che fino ad allora non mi aveva mai visto e volle presentarmi agli esami di terza media, come il nuovo "Giotto" e pensare che non disegnavo quasi mai, non so se è stato per questo apprezzamento o era proprio nella mia natura, che alle superiori, scelsi la sezione disegnatori, attenzione disegnatori e non pittori.
Devo dire che nel disegno geometrico ero abbastanza bravo e la cosa mi era riconosciuta anche dai miei compagni, quindi diciamo che era nella mia natura, anche se poi come accade spesso nella vita, fai tutt'altro,
Io nel 1968, mi sono iscritto all'Industriale, c'era già un'aria di fermento e contestazione, fui eletto subito rappresentante di classe, allora si era divisi in rossi e neri, comunisti e fascisti, era il periodo dei "beat", degli "Hippies (figli dei fiori)", di Woodstock, dell'isola di Wight, "non fate la guerra, fate l'amore", il Vietnam e la famosa rivoluzione culturale.
In quel periodo, gli studenti incarnavano più di tutti, i principi di "libertà", "uguaglianza", "libero amore", contestazione, rock e spinelli, nacque il movimento studentesco, io facevo parte dei rappresentanti d'istituto e partecipavo spesso alle riunioni del comitato studentesco.
Si voleva una scuola nuova, con la partecipazione di alunni e genitori (i decreti delegati), all'interno della nascente rivoluzione cultura, si proclamarono i primi scioperi generali e vi fù la prima occupazione degli istituti scolastici, posso tranquillamente dire, "io c'ero".
Fu un successo e mi appassionai alla politica, ero un comunista moderato ed ateo, ben presto però mi accorsi che si portavano avanti ideologie di partito, poco attinenti ai problemi effettivi del momento, fatte più per dividere che per unire e dopo quasi 50 anni, non è cambiato nulla,
Piano, piano smisi di crederci, ma provai ugualmente a portare avanti le mie idee, continuai a fare il rappresentante di classe fino al diploma, ma la delusione cresceva ogni anno sempre più, mi sono diplomato con buoni voti e anche se non sono stato un alunno modello, ho frequentato con profitto.
Ma la scuola e in particolar modo quella superiore e dell'Istituto professionale, è stata ricca di episodi piacevoli e "bordellain", che hanno spinto i nostri professori, nel giorno in cui ci siamo diplomati, a dichiarare a fine anno: ....siamo felici che vi siete finalmente tolti dalle scatole, ma sentiremo la vostra mancanza, per molti anni ancora, questo sarà argomento di un altro capitolo.
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