giovedì 11 febbraio 2016

Trilogia

La "trilogia" della scuola si conclude con le anticipazioni del post precedente, sulla "Pergola", il viaggio d'istruzione a Taormina, i temi di mia moglie e il ritorno a scuola dopo 10 anni.
Non so se vi ho detto che dopo due anni di industriale, ho deciso di cambiare e ripartire da zero, in una scuola che mi soddisfacesse di più, così mi sono iscritto al professionale, nella sezione disegnatori, se no che "nuovo giotto" ero, devo dire che ho fatto bene, avevamo un paio di rientri pomeridiani che dedicavamo solo ed esclusivamente al disegno, era un po come se lavorassimo nell'ufficio progettazioni della fiat.
Si facevano tutte la materie, magari meno approfondite, ma si simulavano progettazioni meccaniche, con i relativi disegni, quindi al contrario degli altri istituti, da noi c'era la mensa e con un contributo di 60/80 lire, mangiavi un primo, un secondo e la bibita.
Dirvi che si mangiava male, mi sembra superfluo, difronte la scuola un po più sotto, tra i palazzoni nuovi, c'era una casa rurale, residuo del saccheggio edilizio, con un gran bel pergolato e li si faceva da mangiare.
Una trattoria casereccia, dove andavano a mangiare: muratori, meccanici e avventori di ogni tipo, tra questi noi quattro, lasciavamo quindi a gli altri la pasta al forno scotta e "squarata" (con poco condimento), la soletta, volevo dire la cotoletta impana, così sottile che era più la panatura che la carne e noi si pranzava a spaghetti alla grassa e salsiccia, il tutto innaffiato da un quartino di vino bianco.
Cosa volete, anche questa è "rivoluzione culturale", non rompevamo solo le scatole, pure gli schemi, per esempio tutti facevano ricreazione con il panino con le panelle, io al bar cartoccio e cioccolata calda, certo si evidenziavano le mie nobili origini, il mio sangue blu, poi qualche volta ve ne parlo.
Torniamo alle panelle e in questo caso all'ultimo anno del quinquennio, l'anno in cui ho conosciuto una ragazzina di sedici anni, con dei meravigliosi capelli lunghi, lucidi e neri, quella che ancora oggi mi sopporta, sorvolo su come l'ho conosciuta e su tutto il resto, andiamo al sodo.
Per evitare che quelli del professionale, si potessero incontrare con le ragazze del magistrale limitrofo, si faceva ricreazione in orari diversi, prima toccava a noi e poi appena rientravamo, andavano a ricreazione loro, io restavo fuori e mi facevo la ricreazione con lei, che mangiava sempre il panino con le panelle, lei mi dava il titolo del tema e io, dopo avere scavalcato per rientrare in classe, mi mettevo all'ultimo banco e gli e lo svolgevo.
Loro rientravano dalla ricreazione nella palestra all'aperto, facevano un ora di educazione fisica e poi tornavano a finire il tema, io gli facevo un tema veloce, veloce e poi dal tetto della scuola, gli e lo tiravo, prendeva sempre due, ma non era colpa mia, dall'altra parte doveva esserci un professore "fascista" che non condivideva le mie idee.
La gita d'istruzione a Taormina. Al terzo anno ne avevamo fatto una a Massalubrenze, io non avevo i soldi e non ci sono andato, è stata un disastro, bottiglie di vino rubate, svuotate e buttate in un campo adiacente all'albero con l'arrivo dei carabinieri, scorrazzamento di compagni nudi per i corridoi dell'albergo a fare i "gavettoni" agli insegnanti, rientro in sede senza un compagno "fuggito" dietro ad una ragazza conosciuta in loco.
Taormina quindi, a quanto pare i professori non avevano imparato nulla e così andiamo a Taormina, passando prima in visita ad una fabbrica nel messinese, appena arrivati nel borgo medievale, facciamo un giro per il paesino e poi siamo andati a mangiare e bere, Sergio e Vicè, che non reggevano nemmeno la coca cola, come sempre si sono ubriacati e quando siamo usciti a fare due passi, Sergio si è preso un vespino posteggiato e si è fatto il giro per il borgo, con tutti noi che lo inseguivamo.
Tornati in albergo, abbiamo provato a fare una partita a carte, ma Sergio e Vicè erano troppo "alticci", così abbiamo deciso di andare a letto.
Nel bel mezzo della nottata sento sbattere la porta della stanza e Sergio che dormiva con me, era al quanto affannato, al buio e assonnato gli chiesi cosa stava succedendo, lui mi rispose: presto, presto ci hanno scoperto e continuava a buttare tutto giù dalla finestra, ho avuto il tempo di fermarlo e mi arriva Bruno: presto, vieni a darmi una mano, mi dice, Vicè si è addormentato con la sigaretta accesa e ha preso fuoco la tenda.
Abbiamo riportato alla calma la situazione, Sergio e Vicè si erano addormentati come due angioletti, quando arrivarono i carabinieri, interrogatori e conseguenti negazioni, è finita con una strigliata da parte dei professori, che prima di partire, promisero solennemente a Sant'Agata, competente per territorio, che non avrebbero più fatto viaggi d'istruzione.
Queste ed altre vicende, sono state negli anni successivi al nostro diploma, motivo di discussione tra i professori e le nuove generazioni di studenti che ci hanno seguito, tanto che un giorno dopo dieci anni, ero al bar davanti alla scuola e parlavo con un professore, quando un paio di alunni si sono rivolti a lui.
Il professore gli rispose dicendo che per il momento stava parlando con Crisà e che ne avrebbero parlato dopo, a quel punto i due ragazzi sono usciti dal bar e gridarono ad un gruppo di altri che era fuori: ragazzi, venite tutti c'è Crisà, e tutti di corsa ad esclamare: ah .... è questo Crisà ?
Sono rimasto senza parole e mi girai a guardare il professore che mi incalzò dicendo: parliamo sempre di voi, di tutto quello che avete combinato, gli raccontiamo sempre le vostre storie, noi non vi abbiamo dimenticato, qui siete famosissimi.

mercoledì 3 febbraio 2016

Alunno modello.

"..... siamo felici che vi siete tolti dalle scatole, ma sentiremo la vostra mancanza, per molti anni ancora".
Questa è la frase con la quale i nostri professori ci hanno "liquidati", ho detto giusto, liquidati e non licenziati, proprio così, credo che nessuno a scuola sia stato un santerellino e che quindi, dopo tutto non eravamo niente di particolare, però qualcosa di diverso c'era.
Intanto credo che eravamo "particolarmente" più maturi degli altri, no più grandi anche se per certi versi lo eravamo, più grandi ... proprio ....  più "avanti" insomma, non so se riesco a dare l'idea, eravamo un gruppo di quattro "compari" e le nostre "malefatte", erano come dire .... intelligenti, piacevoli, educate, non riuscivano mai ad offendere o a costringere qualcuno ad avercela con noi.
Vi faccio un esempio, noi si andava a scuola senza libri, avevamo un quaderno arrotolato che Vicè portava nel suo borsello e su cui a turno prendevamo gli appunti, questi poi io li ricopiavo in bella (quel quaderno c'è l'ho ancora) e studiavamo tutti su quegli appunti, ogni volta che uno di noi doveva essere interrogato.
Certo stavamo attenti alla lezione, in modo che bastava rinfrescarsi la memoria con gli appunti ed eravamo pronti per le interrogazioni, beh, avevamo sempre la sufficienza niente di che, ma ci bastava, i professori solo per noi quattro, ci riservavano interrogazioni sulle lezioni passate e su quella appena spiegata, molto spesso addirittura anche su quella che dovevano spiegare.
Chiaramente si trattava di lezioni logiche, del tipo matematica, meccanica o geometria, dove tutto era logico, conseguenziale, in pratica accettavano la nostra sfida, quella di insegnare per concetti, non a pappagallo, ci dicevano sempre (ancorati a vecchi sistemi): "ti meriti di più, ma siccome non hai fatto i compiti, 6".
Noi gli facevamo notare, che gli esercizi fatta alla lavagna, dimostrano tutto il nostro sapere, fugando ogni dubbio sull'eventuale partecipazione dei nostri genitori, ecco perchè eravamo "avanti" e il perchè di questo amore e odio nei nostri confronti, si davano il contegno da professori, ma sotto, sotto, apprezzavano questa nostra nuova "rivoluzione culturale".
Noi avevamo un così bel rapporto con i professori, ripeto proprio da gruppo maturo, progressista, ricordo che quando facevamo "l'ora", marinavamo la scuola per intenderci, programmavamo insieme con loro, dove andare, perchè noi si marinava la scuola per andare a fare le grigliate in campagna da qualcuno, non per ciondolare ai giardinetti.
Noi per i primi quattro anni, pur frequentando l'istituto accanto a quello femminile, andavamo a "rimorchiare" in altre scuole, chiaramente distanti dalla nostra, questo ci comportava un certo disagio, vista la concomitanza degli orari di lezione e il fatto non indifferente che non eravamo motorizzati e ci si spostava in autobus.
Ora, se alle 8 e 30, avevi finito di baciare una ragazza che stava entrando a scuola e non avendo il dono ubiquità, non potevi essere in quello stesso momento in classe, mettici poi che dovevamo aspettare e prendere l'autobus per andare a scuola, non potevamo fare a meno di entrare a seconda ora.
Secondo voi era un problema ? per niente, si entrava sistematicamente quando arrivavi, l'importante era arrivare entro la prima ora, una faticata che non vi dico, ricordo ancora lo stupore di tutti quei ragazzi davanti al cancello arrivati in ritardo, che scongiuravano il custode di farli entrare e noi, si arrivava e si passava, con tutti li a chiedere come mai, il custode rispondeva: ".... loro possono, sono autorizzati dal preside".
Lo stesso discorso valeva per l'uscita, nell'ultima ora non si poteva andare in bagno, ma noi non potevamo aspettare la fine delle lezioni, così anche se non si poteva andare, una scusa la trovavamo sempre e andavamo via, una corsa con autobus a prendere la ragazza a scuola e l'accompagnavamo a casa, sempre con l'autobus.
Mi trattenevo un poco con lei e tornavo a casa mia (ancora in autobus), erano già quasi le tre e mezzo del pomeriggio, mangiavo, un riposino veloce "buttato" sul divano e attorno alle 17 scendevo da casa per vedermi all'angolo con gli amici, si parlava di calcio, si faceva qualche apprezzamento alle ragazze che passano, ci raccontavamo un sacco di barzellette, uno scherzo a questo, uno scherzo a quello e poi si tornava a casa,
Alle otto si cenava e dovevo essere puntuale, se no erano fatti miei, mio padre ci teneva e tanto e poi menava pure, dopo cena mettevo a posto gli appunti della mattinata, tra un programma televisivo e l'altro e poi andavo a letto, sulle note delle "musicassette", del grande Lucio Battisti.
Per ora questo, poi vi racconto dei nostri compagni di classe che senza di noi non si divertivano, della trattoria la "Pergola", del viaggio d'istruzione a Taormina, di quando sono tornato a scuola dieci anni dopo e di quando facevo i temi a mia moglie e gli facevo prendere due.

domenica 10 gennaio 2016

Il 68 !? Io c'ero.

Fin qui vi ho raccontato di mare, di amori, di calcio e di casse da morto, ma non vi ho raccontato nulla della scuola, la parte che riguarda le elementari, non ha momenti particolari da ricordare, anche perchè i ricordi sono molto sbiaditi, ricordo che andavo a scuola di pomeriggio e mi accompagnava nonno Totò, con cui passavo tutto il tempo in estate, ricordo che andavo pazzo per il panino con lo sgombro che davano alla refezione scolastica e poco altro.
Il nonno Totò era il nonno materno, era invalido di guerra per la scheggia di una bomba e non lavorando più con i carretti, faceva qualche lavoro saltuario e quando era possibile mi portava con lui, quando non lavorava, passavamo le estati sotto casa, nel negozio di "Don Totò ù carbunaru", era un negozio dove si vendeva il carbone e tutte quelle cose per la casa, sapone mollo, DDT alla spina, petrolio per le lampade, candeggina sfusa e così via.
Cosa ci andavamo a fare ? lì si riunivano tre/quattro anziani (allora a 50 anni lo eri) e giocavano a carte, non per soldi chiaramente (anche perchè no ne avevano), così solo per passare il tempo ed è li che ho imparato a giocare a scopone e a tanti altri giochi di carte, scopa, briscola, domino, stop e il "35", un gioco oramai scomparso.
Lo scopone devo dire che mi ha dato in seguito grandi soddisfazioni, militare giocavo in coppia con un mio commilitone anche lui di Palermo e le davamo sempre di santa ragione, a due sottotenenti pugliesi, questo ci permetteva di essere ospiti tutte le sere al circolo ufficiale per giocare e poi mi ricordo di avere battuto con mio padre, il campione regionale di scopone, al meglio delle tre sfide.
Scuola quindi, anche le medie non mi riportano alla memoria niente di importante, se non il fatto che andavo a scuola con i pantaloncini corti e mi vergognavo da morire perchè avevo già le gambe piene di peli, che in quegli anni ci fu un a epidemia di meningite e un terremoto, non quello del 68, che ci costrinse a fare i turni pomeridiani. 
Ricordo in quel periodo che giocavo negli allievi del Palermo e il giovedì pomeriggio andavo a fare gli allenamenti e non frequentavo mai la scuola, proprio nell'unico giorno in cui c'era disegno e ad un certo punto, il preside chiamò mio padre, per obbligarmi a frequentare.
Ricordo che il primo disegno che ho fatto, sbalordì il mio insegnante che fino ad allora non mi aveva mai visto e volle presentarmi agli esami di terza media, come il nuovo "Giotto" e pensare che non disegnavo quasi mai, non so se è stato per questo apprezzamento o era proprio nella mia natura, che alle superiori, scelsi la sezione disegnatori, attenzione disegnatori e non pittori.
Devo dire che nel disegno geometrico ero abbastanza bravo e la cosa mi era riconosciuta anche dai miei compagni, quindi diciamo che era nella mia natura, anche se poi come accade spesso nella vita, fai tutt'altro,
Io nel 1968, mi sono iscritto all'Industriale, c'era già un'aria di fermento e contestazione, fui eletto subito rappresentante di classe, allora si era divisi in rossi e neri, comunisti e fascisti, era il periodo dei "beat", degli "Hippies (figli dei fiori)", di Woodstock, dell'isola di Wight, "non fate la guerra, fate l'amore", il Vietnam e la famosa rivoluzione culturale.
In quel periodo, gli studenti incarnavano più di tutti, i principi di "libertà", "uguaglianza", "libero amore", contestazione, rock e spinelli, nacque il movimento studentesco, io facevo parte dei rappresentanti d'istituto e partecipavo spesso alle riunioni del comitato studentesco.
Si voleva una scuola nuova, con la partecipazione di alunni e genitori (i decreti delegati), all'interno della nascente rivoluzione cultura, si proclamarono i primi scioperi generali e vi fù la prima occupazione degli istituti scolastici, posso tranquillamente dire, "io c'ero".
Fu un successo e mi appassionai alla politica, ero un comunista moderato ed ateo, ben presto però mi accorsi che si portavano avanti ideologie di partito, poco attinenti ai problemi effettivi del momento, fatte più per dividere che per unire e dopo quasi 50 anni, non è cambiato nulla,
Piano, piano smisi di crederci, ma provai ugualmente a portare avanti le mie idee, continuai a fare il rappresentante di classe fino al diploma, ma la delusione cresceva ogni anno sempre più, mi sono diplomato con buoni voti e anche se non sono stato un alunno modello, ho frequentato con profitto.
Ma la scuola e in particolar modo quella superiore e dell'Istituto professionale, è stata ricca di episodi piacevoli e "bordellain", che hanno spinto i nostri professori, nel giorno in cui ci siamo diplomati, a dichiarare a fine anno: ....siamo felici che vi siete finalmente tolti dalle scatole, ma sentiremo la vostra mancanza, per molti anni ancora, questo sarà argomento di un altro capitolo.
Foto tratte dal web

martedì 29 dicembre 2015

La mortadella.

Mi sono riservato di pubblicare questa storia, proprio in questo periodo, in questi giorni di cenoni, lenticchie e zampone, ho pensato che "la mortadella", potesse essere il racconto più adeguato, non è una storiella hard come il film della Marini non è un racconto di calcio che so non vi appassiona e non è nemmeno il racconto di una abbuffata.
Allora torniamo per un attimo al mio arrivo, il primo anno a Terrasini, non voglio passare per uno sciupa femmine, ma la storia è questa ed io da grande scrittore di fama internazionale, vi vedo che vi siete girati a sghignazzare, devo descrivere i fatti, con lucida ed onesta realtà.
So che prenderò qualche scappellotto da mia moglie che mi dirà:...questo non me lo avevi raccontato..., ma sono cose del periodo avanti Cristo, volevo dire, prima dell'incontro fatale, ma il cronista che c'è in me, mi obbliga ad andare avanti fino in fondo.
Quindi il primo giorno che siamo arrivati a Terrasini, era un venerdì pomeriggio, del mese di giugno e sono venuti a salutarci e a darci il benvenuto, gli amici del collega di mio padre, che villeggiava già lì da tempo e che lo aveva indotto a mollare la villeggiatura mordi e fuggi, per una più "elegante" villeggiatura stanziale.
Fatte le presentazioni del caso, Giuseppe e Rosario di qualche anno più grandi di me, mi hanno dato appuntamento per la sera, per portarmi in giro ed iniziarmi alla movida terrasinese degli anni sessanta, in quella casa a me era toccato il lettino, nel disimpegno superiore, mentre alle mie sorelle Flora e Cettina, la cameretta accanto, che in un certo senso era riservata.
La casa era una vecchia casa di paese, sulla strada che portava al lungo mare, difronte al vecchio campo sportivo di Terrasini e poco distante dalla balera, la famosa "cantina" ed era composta con un grande stanzone all'ingresso con cucina e servizio, due alcove difronte e una scala laterale che portava sopra sul disimpegno che vi dicevo.
Perchè disimpegno, in pratica da questa stanza si andava nella stanza attigua, quella delle mie sorelle e poi salendo un paio di gradini sul terrazzo e a sua volta da li con con un'altra scala di una cinquina di scalini sul tetto-terrazzo, diciamo che la mia stanza, somigliava agli arrivi e partenze dell'aeroporto, anche perchè nel terrazzo, ci si faceva la doccia, ci si stendevano i panni e ci si arrostiva il pesce.
Cosa volete, è la mia vita, se c'è qualcuno che deve accollarsi qualche disaggio, non c'e neanche bisogno di fare la conta, ci sono io, anche se in quel caso devo dire, che il disaggio è stato ben ripagato.
Dove ero arrivato ? ... mi perdo sempre nelle descrizioni, si, sono salito a prendere possesso del mio "alloggio", mi sono sistemato qualcosa qui e là, ho fatto la doccia e in pantaloncini sono sceso nello stanzone a mangiare.
Appena ho finito sono tornato agli arrivi e partenze dove dormivo, per vestirmi, avevo appena tirato su i pantaloni e indossato la camicia, stavo abbottonandola quando ho sentito il peso di uno sguardo alle mie spalle.
Mi sono girato e seduta sulla scala che portava al tetto-terrazza, c'era una ragazza con i capelli corti e anche la gonna corta, che mi guardava, io con passi felpati (avevo paura che volasse via come un uccellino), ho salito quei due o tre gradini che mi separavano dal terrazzo e andandogli incontro ci siamo salutati.
Tu chi sei ? gli chiesi pensando di avere bevuto troppo (continuavo a rubare il vino a mia sorella Cettina), e lei rispose: Rita e tu ? onestamente fin qui, sapevo del gatto con gli stivali che parlava, di un ciocco di legno che parlava, il famoso pinocchio, ma di un'allucinazione parlante no, ... io risposi, Salvo, ma qua che ci fai ? da dove vieni ? replicai.
Era la ragazza della famiglia che stava nella casa alle spalle della nostra, anche loro salendo, salendo, avano il tetto-terrazzo confinante con il nostro e siccome mi aveva visto arrivare, voleva conoscermi, siamo stati un pò a parlare, quando si sentì chiamare da suo padre, mi ha baciato e mi ha detto: ci vediamo domani sera qua, alla stessa ora, ed è scappata via.
Non ero ancora arrivato e avevo addirittura trovato la ragazza, veramente era stata lei a trovarmi, ma questo conta poco, sono uscito con i miei nuovi amici, ho conosciuto un sacco di ragazzi e ragazze, ballare, bere, fumare (sigarette), mi sentivo nel paradiso terrestre, io che a Palermo passavo il mio tempo libero all'angolo del corso Olivuzza o a Mondello con l'autostop e il costume affittato.
Dal quel giorno sole, spiaggia, mare, belle ragazze, tamburelli, partita scapoli e ammogliati, sarde (questo lo approfondiremo dopo), fidanzatina (anche questo poi l'approfondiremo), ballare, birra, strusciate, spaghettata di mezzanotte e ramino pokerato fino alle 4 del mattino, ma un ragazzo di 16/17 anni, che cosa poteva volere di più.
In quel periodo, c'era una pesca di pesce azzurro eccezionale e per ospitalità i vicini, mogli o madri dei pescatori, ci recapitavano ogni giorno, sacchetti pieni di sarde, per noi che venivamo dalla città, tutto questo pesce era una manna (a me il pesce non è mai piaciuto), così, pasta con le sarde, fritturina di sarde per secondo, sarde in salamoia per l'inverno e poi la sera, sarde in tutti i modi, possibili e immaginabili, tutti giorni.
A me che il pesce non piaceva, dopo i primi sacrifici, cominciai a lamentarmi con mia madre, lei mi diceva: .... no ne che li possiamo buttare, a Palermo farebbero carte false per avere e gratis tutto questo ben di Dio, così io ad un certo punto gli dissi: bene, voi mangiatevi pure il ben di Dio, ma io pesce no ne mangio più e capisco che papà non mi comprerà di certo la carne, ma anche la mortadella per me va bene, sempre meglio delle sarde.
Erano passati una ventina di giorni da quando ci eravamo trasferiti per le vacanze e sistematicamente tutte le sere, appena finito di mangiare, salivo in terrazza a pomiciare (l'approfondimento) con la mia ragazza, fin tanto che non sentivamo la voce del padre che la chiamava, lei andava via e io andavo alla "cantina" a ballare.
Allora, facciamo quindi .... più o meno al ventunesimo giorno, mia madre trovò il coraggio e mi comprò la mortadella, 100 grammi tutti per me, ci siamo seduti a tavola, tutti con il loro piatto di sarde davanti ed io finalmente fuori dal coro con la mia bella mortadella.
Cominciavo a pregustare la serata, l'odore della mortadella superava quello delle sarde fritte, il pane caldo e fragrante mi stimolava le papille, avevo già un languorino che non vi dico e poi pensavo anche a cosa mi aspettava, dopo quella meraviglia di insaccato con i pistacchi, quando.....mio padre.
Ma questo perchè non mangia il pesce come noi ! dice rivolgendosi a mia madre e lei: perchè a lui il pesce non piace, subito calò un velo di tensione, tutti con gli occhi bassi sui piatti, il silenzio era interrotto solo dall'esercizio di togliere le spine alle sarde.
Qui, si mangia tutti la stessa cosa per tutti, tuonò mio padre, tolse la mortadella dal tavolo e mi disse mettendomi un piatto di sarde davanti: chistu c'è su vuoi (questo c'è se lo vuoi) ed non ti alzi se non hai finito di mangiare.
Tutti mangiavano freneticamente e con gli occhi bassi, io pensavo che non avrei mangiato quel pesce neanche morto, e poi avevo un appuntamento importante su in terrazzo, presi la mafalda (pane tradizionale palermitano), la tagliai, ho appoggiato sul pane aperto, delle fette immaginarie di mortadella, richiusi il pane (vuoto) e lo addentai.
Tutti mi guardavano sott'occhio temendo l'ira di mio padre, io imperterrito continuavo a mangiare il pane con la finta mortadella e ad un tratto, feci come per liberare la bocca, da un finto filo che solitamente resta attaccato sulla fetta, un altro morso e poi con la rotazione della mano destra, esprimevo tutta la mia compiacenza.
Fù a quel punto che mio padre scoppiò a ridere, prese l'involucro con la mortadella, la mise sul mio piatto e sempre ridendo mi disse: .... ma va.....va .... e tutti li a ridere, ho finito di mangiare il pane, adesso con l'affettato vero e mi sono precipitato all'appuntamento sul tetto.
Quel gesto ironico, poteva scatenare l'inferno, invece ci ha liberato dalla schiavitù della cena con le sarde, è sempre stato il mio modo di affrontare la vita, così con ironia, da quel giorno mio padre la mattina andando a lavorare a Palermo, si portava e divideva i sacchetti con le sarde, ad amici e parenti, facendo la loro e la nostra felicità. 

venerdì 18 dicembre 2015

Non sono nato allenatore.

Come vi dicevo, ogni tanto una storia di calcio la devo mettere, giusto per allungare il sugo, il fatto che ho allenato per trentaquattro anni, lascerebbe pensare che ho sempre fatto l'allenatore, invece quattro calci ad un pallone li ho dati pure io.
Nello spiazzo davanti alla mia scuola elementare, ci riunivamo tutti i ragazzi del quartiere, i più grandi facevano la conta e formavano le squadre, io che per quell'età dodici-tredici anni, ero il più alto e anche il più scarso, finivo per andare in porta, come succede in qualsiasi latitudine di questa terra.
Quello piano piano, diventò il mio ruolo e così dall'asfalto della piazza, passai a giocare nei campi polverosi, un campo vero con tanto di porte, nel mio rione abitava il presidente di una squadra di borgata il Falsomiele e così mi prese nell'organico dei giovanissimi.
La mia prima partita fu traumatica, intanto perchè mi fecero giocare con i grandi, ero emozionatissimo tanto che i ricordi sono ancora più confusi e non solo dal tempo, i calciatori in campo, venivano sempre allo scontro e si verificavano continui screzi tra loro e l'arbitro, ero onestamente un po deluso.
Ad un certo punto del secondo tempo, dopo l'ennesimo screzio, ho visto l'arbitro correre inseguito da un calciatore, con alcuni che provavano a fermare l'aggressore e chi invece si scagliava con questi alimentando la rissa, io ero in porta proprio vicino agli spogliatoi, stava arrivando l'arbitro e l'inseguitore teneva in mano un coltello.
Più veloce della luce me la sono data a gambe e mi sono infilato nel primo spogliatoio aperto che c'era e che si richiuse velocemente dietro me, si accese la luce e chiusi la dentro c'ero io e l'arbitro, forse scelta sbagliata, subito si sentì battere sulla porta di ferro, urla e grida fuori da essa che durarono un bel po.
Io ero spaventato, ad un tratto ci fu silenzio, pochi secondi e si udì la voce del mio presidente che ci rincuorava e ci invitava ad uscire, che era tutto finito.
Sono entrato nel mio spogliatoio e con gli altri ragazzi più piccoli, abbiamo preso velocemente gli indumenti e ancora vestiti da calciatori siamo scappati, abbiamo preso in quelle condizioni il primo autobus che passava e siamo andati a rivestirci nello spiazzo antistante la scuola.
Nei giorni a seguire, il presidente ci rassicurò che il calcio non era quello e siamo tornati a giocare, l'anno successivo mio padre mi portò negli allievi del Palermo, tutta un'altra cosa, il più lungo (ma nel frattempo gli altri erano cresciuti e mi avevano pure superato) e il più scarso aveva fatto "strada", per modo di dire.
Mi allenavo allo stadio, veramente mi ci spogliavo solamente perchè facevamo gli allenamenti in uno spiazzo la vicino, Di Bella l'allenatore del Palermo di allora, non voleva che si rovinasse il manto erboso, così (neanche allora c'era un centro sportivo) dalla "primavera" in giù, si faceva allenamento fuori e le partite le facevamo in un bel campetto in erba nella borgata di Vergine Maria.
Avevo abbandonato la sacca e le scarpe chiodate che mi aveva regalato mio zio Giacomino e la maglietta con i pantaloncini fatti da mia madre, con i resti delle stoffe, perchè mi davano tutto al campo, tute, magliette, scarpe, riciclavano il materiale che i calciatori della prima squadra smetteva.
Sia per andare al campo per le partite, che per le trasferte andavamo in pulman e poi ogni mese avevamo un rimborso spese per i soldi dell'autobus di due mila lire al mese, qualcosa come 35/40 euro d'adesso, con la prospettiva di allenarsi con quei professionisti, con cui ti incontravi negli spogliatoi, Reja per esempio. 
Negli allievi del Palermo sono stato per due anni, allora gli anni degli allievi erano tre e il terzo anno l'ho fatto nella squadra "Imperatore", da li sono passato nella Juniores del Terrasini, ben presto il secondo portiere della prima squadra, che militava in prima categoria, ha avuto un diverbio con l'allenatore ed è andato via, decretando di fatto il mio passaggio come secondo in prima squadra.
La prima categoria di allora era un po come l'eccellenza di adesso, una categoria appena sotto al semiprofessionismo, tant'è che vi giocano calciatori che poi sarebbero diventati professionisti, come Trapani che giocò poi come portiere nel Palermo.
Belle soddisfazioni e poi anche li mi pagavano, mi davano un rimborso spese di 1500 lire a settimana, circa 75/80 euro al mese, per il treno che mi portava agli allenamenti e alle partite (certo a quei tempi e poi con la lira il potere d’acquisto era differente).
A Terrasini andavo a fare gli allenamenti col treno e la domenica col pulman di linea, tornavo sempre con la “porsche” del portiere titolare Nicola Oddo , uno che stava bene di famiglia e poi lui era un “semiprofessionista” perché era in prestito dal Bagheria serie D, e mi ricordo che facevamo da Terrasini al corso Olivuzza (eravamo entrambi di quel rione), in dodici minuti esatti e non c'erano tutte le curve che incontravo col pulman, lui le prendeva tutte nell'altra corsia.
Comunque giocare a Terrasini era una faticaccia, così sono tornato a giocare (senza soldi) a Palermo, nella Juniores della Jeve Olivuzza, dove mio zio Matteo era il vice presidente e il presidente era quel presidente della vecchia squadra del Falsomiele.
Devo dire che ci hanno provato in tutti i modi a farmi desistere dal praticare questo sport, il coltello di Falsomiele e le corse spericolate (ho visto la morte con gli occhi) con la Porsche di ritorno da Terrasini, ma io e la mia scarsezza abbiamo vinto.
Foto tratte dal web:

martedì 1 dicembre 2015

Tutti al mare.

La domenica estiva e quindi di mare, cominciava il sabato pomeriggio, mio padre era a lavoro e mia madre sempre alle prese con bambini piccoli e faccende di casa, così delegava il compito di fare la spesa a me e a mia sorella Flora, rispettivamente 10 e 8 anni.
Lei scriveva su un foglio di quaderno la spesa e noi andavamo a comprarla, la merceria non era distante, saranno stati una ventina di metri da casa, ma allora come ora, il sabato pomeriggio andavano tutti a fare la spesa e nella confusione, noi che eravamo piccolini, per furbizia dei grandi e per la nostra statura, non ci vedeva mai nessuno.
Così passavamo ore in merceria a fare la spesa, era estenuante, noi volevamo andare a giocare e invece dovevamo stare lì, così capitava spesso di distrarci e di perdere i soldi che ci aveva dato la mamma, a parte che venivamo rimproverati, sempre comunque e lo stesso, perchè o ci davano le cose sbagliate, o nel tragitto merceria-casa, facevamo un buco nella carta del concentrato di pomodoro (la salsina) e ne portavamo a casa sempre la metà.
Poi tutta questa spesa pesante per due bambini, la dovevamo salire fini al terzo piano senza ascensore, quando arrivava il sabato pomeriggio era bello perchè l'indomani si andava al mare, ma era un incubo, che continuava già dalla domenica mattina presto.
La domenica mi madre si alzava prestissimo, i condimenti li aveva preparato già il sabato sera quasi notte e di buon mattino preparava la pasta al forno, le melanzane, le cotolette, preparava tutti i pacchi e pacchetti.
Ci svegliava a turno e ci aiutava a lavarci, si alzava anche mio padre e io andavo in gelateria a comprare il gelato, che mi metteva già nei bicchieri che mi portavo da casa, poi un paio di filoni ancora caldi, un pezzo per uno e facevamo colazione a pane e gelato.
Mia madre sbrigava le ultime cose ed io con mio padre, mastello al seguito, andavamo a fare la fila per il ghiaccio, un altra rottura e appena arrivati a casa si caricava la macchina, li trovavamo tutto "l'equipaggio" e si partiva.
Arrivati al "Lido Azzurro" attraverso tutte quelle traversie che vi ho raccontanto, mio padre ci divideva il "carico" ed andava a posteggiare, tornando alla gabina quando le operazioni di "sbarco" erano già concluse e con le sole chiavi della macchina in mano.
La nostra gabina era l'ultima la numero 40, alla 39 c'era una cugina di mia madre la zia Gianna e alla 38 dei lontani parenti di mio padre i Mocada, noi avevamo l'ultima gabina perchè accanto c'era lo spazio dove sistemare tutto quello che ci portavamo dietro, canotto in primis.
Sulle gabine poi ci torniamo, ma passiamo al sottoscritto, a me toccava come ultimo viaggio, il mastello con il ghiaccio e le bibite e a parte che pesava un accidenti e poi portarlo sulla sabbia per tutto quel tragitto, vi lascio immaginare, ma la cosa che mi dava un fastidio enorme, era il fatto che mi prendessero per uno che vendeva le bibite sulla spiaggia, la cosa mi faceva vergognare ed incazzare da morire.
Mio padre con lo zio Nino il marito della cugina di mia madre e il Signor Moncada, montavano i teloni per fare ombra fra le gabine e davanti le porte delle stesse, sistemavano ombrelloni e tavolini, mentre la mamma, la zia Gianna e la signora "Monreale" preparavano da mangiare, tutti i bambini invece di corsa in acqua.
Lo zio Tanino che veniva al mare solo per stare in compagnia e giocare a carte, si sedeva all'ombra a leggere in corriere dello sport, lo zio Giacomino faceva la corte a Enza Moncada, motivo per cui "ammuttava" con piacere la macchina, il suo grande amore perso, perso perchè gli dava continuamente un bel due di picche, la zia Anna seduta sulla tovaglia sulla spiaggia, fissava un giovanotto palestrato che stava su di una barca sull'arenile, barca che comunque non era la sua.
Tutti i bambini si accorgevano dei due che si guardavano intensamente e appassionatamente e correvano a dirlo a mia madre che rispondeva: zitti, zitti, non gli e lo fate sentire a Mario, mio padre, perchè avrebbe fatto una scenata di gelosia a sua sorella, la zia Anna.
Lo zio Giacomino nonostante i rifiuti, continuava a provarci con Enza, del resto come dargli torto, occhi azzurri, capelli biondi leggermente mossi, un bichini mozzafiato che negli anni 60 era quanto dire e un "davanzale" che faceva invidia all' attrice più prosperosa del tempo, onestamente anche se avevo 10 anni, piaceva tanto anche a me.
Al bichini di Enza faceva da contr'altare lo Nino, un uomo bellissimo, un attore, tanto somigliate ad Amedeo Nazzari, con un costume di lana ascellare, che ancora oggi dopo avere trovato una spiegazione a quasi tutto, non riesco a capire come potesse sopportarlo, bagnato e con quel caldo.
I figli della zia Giovanna erano diciamo un po antipatici, Angelino il più piccolo li batteva tutti, passava il tempo a fare il bagno, usciva dall'acqua e mangiava, ancora il bagno, usciva e mangiava, lui stesso in dialetto siciliano ripeteva: ....fazzu u bagnu e manciu, fazzu u bagnu e manciu...., ma la cosa antipatica non era il fatto che mangiasse così tanto, quanto che a tutti piaceva la pasta al forno di mia madre e noi toccava poi quella brutta di sua madre.
Andare al mare era un supplizio, dovevi sopportare tutte queste situazioni, per non dirvi che tutto il giorno mi mandavano a comprare: la birra, le sigarette, i gelati eccetera, io mi lamentavo perchè dovevo farmi 40 gabine, sotto il sole e con la sabbia rovente, per consolarmi e a quel punto non potevo più lamentarmi, mi davano la compagnia, voi pensate Enza, magari, mi accompagnava suo fratello Renato.
Renato era un bambino della mia stessa età, solo che era trasparente, in che senso, era magro e scuro tipo Biafra e tutti al passare, lo chiamavano e lo facevano avvicinare, per spiegare a figli l'anatomia, vi giuro non c'era bisogno di radiografia, le parti anatomiche si intravedevano che era un piacere e andare a comprare qualcosa al bar con lui, per me diventava scocciante, sarò stato insofferente, ma permettete !
La gente all'imbrunire andava via, noi accendevamo il lumi a gas e cenavamo in spiaggia, io ero stanchissimo, tutto il giorno sotto il sole, senza il riposino pomeridiano, scottati e salati, dopo cena si sbaraccava e caricata la macchina si ripartiva per la città, mio zio Giacomino "ammuttava" e mia zia Anna si faceva venire il torcicollo, per guardare dietro il suo giovanotto aitante, che ci seguiva in lambretta.
Arrivati a casa, mio padre scaricava la macchina, e a noi toccava portare tutto al terzo piano senza ascensore, canotto sgonfio compreso, meno male che non c'era più la pasta al forno, la parmigiana, le cotolette e che il mastello era vuoto, senza il quarto di blocco di ghiaccio, mio padre andava a posteggiare e si ritirava con le sole chiavi della macchina.

domenica 22 novembre 2015

.... ammutta, Giacomino.

Vi dicevo quindi della "lambretta", adesso che era arrivata e dopo tutti quei chili di cambiali firmate, non potevi non andare al mare, giusto come si vedeva proprio nei films di quel periodo, papà con i pantaloni lunghi della domenica, canottiera bianca a coste dentro i pantaloni, fazzoletto in testa a modo di copricapo annodato sulle quattro punte. 
Mia sorella Flora davanti a mio padre in piedi sulla pedaliera della lambretta, dietro e in mezzo tra i due sedili, mio padre ci metteva un cuscino e li ci salivo io a cavalcioni, con il fracassamento dei miei piccoli "zebedei", chiudeva la carovana mia madre seduta di fianco, che con il braccio destro cingeva con forza mio padre, schiacciandomi la faccia sulle sue spalle e con il braccio sinistro, teneva stretta mia sorella Cettina, sempre quella del vino.
La lambretta nella parte posteriore sopra la targa, aveva la ruota di scorta e sopra un piccolo portabagagli, dove avevamo sistemato, le tovaglie, i panini con la frittata e un po tutto quello che poteva servirci in una giornata passata al mare, e qui ora voi mi chiederete dove andavamo al mare.
Beh, quando la finite di fare domande è sempre tardi, non è che posso sapere tutto, comunque quando sono diventato più grande ho capito che forse andavamo dalle parti di Isola o di Sferracavallo, perchè vorrei vedere voi con la faccia schiacciata contro le spalle di mio padre e non avendo ancora conseguito a quell'età la laurea in geografia, se riuscivate a raccapezzarvi.
Io come tutti i bambini stavo sempre in acqua, uscivo e mangiavo e quando non potevo tornare in acqua per via della digestione, andavo sulla piattaforma adibita a bar-trattoria, a prendere il fresco sotto il cannucciato e a raccogliere i tappi delle bibite, eravamo così poveri che dove andavamo non c'erano neanche conchiglie da raccogliere.
Passarono un due, tre anni e mio padre fece il grande salto (tranquilli non ha confessato di essere gay), si è affitt
ato la casa al secondo piano sotto i nonni, una bella casa grande, l'equivalente delle due case di sopra, quelle dei nonni, in questa casa c'era un piccolo ingresso, a sinistra una stanza grande (ed arrivò pure il salotto), un corridoio con una stanza dove si sistemarono i nostri lettini, una piccola cucina soggiorno e la camera dei miei.
Mio padre adesso non era più un idraulico povero, così dopo qualche tempo ci trasferimmo in un'altra casa, lontana qualche chilometro dai nonni, una casa più bella, più moderna e più grande, fu allora che mio padre si comprò pure la macchina, la prima versione della renault 4.
Avevano già da qualche anno realizzato l'aeroporto di punta Raisi e di conseguenza l'autostrada, la spiaggia di Isola ormai ci stava stretta e una volta che avevamo la macchina e la possibilità economica, arrivavamo fino a Villagrazia di Carini, per andare al mare al "Lido Azzurro", quanto più moderno e alla moda per gli anni sessanta.
Come da consuetudine in quei periodi, ci si portava a mare tutti i parenti che riuscivano ad entrare in una macchina, riempivamo in cofano davanti (il motore era dietro) con: ombrelloni, telo di copertura tra le due gabbine e lo spiazzo davanti, sedioline apri e chiudi, salvagenti, secchielli e palette, tovaglie, stoviglie, teglie con le pasta al forno e le melanzane alla parmigiana, panini, cotolette e frutta, sul portabagagli: canotto e dentro la "bagnina" con un quarto di blocco di ghiaccio intero e le bibite.
Ma ci andavano tutte queste cose ? Mizzica con queste domande....., ci andavano, state tranquilli che ci andavano, l'anguria però la mettevamo davanti, tra le gambe di mia madre, ma passiamo alla formazione dei passeggeri dentro la macchina;
Davanti papà al volante con un cappello bianco da ammiraglio (aveva soppiantato il fazzoletto), mamma con Patrizia l'ultima arrivata in braccio (mia madre aveva sempre una bambina in braccio), nel sedile dietro a sinistra il famoso zio Tanino, con me in braccio, in mezzo la zia Anna Maria con mia sorella Flora in braccio e per finire a destra lo zio Giacomino con in braccio mia sorella Cettina, quella del vino.
La macchina comunque era di seconda o terza mano, era il primo tipo come vi ho detto e allora tutte le macchine con il caldo e stracariche, quando si fermano non mantenevano il minimo e si spegnevano continuamente, quella in modo particolare, poi in quel periodo come adesso del resto, per arrivare a Capaci si facevano 10/15 metri e ci si fermava per qualche minuto, si ripartiva e ci si fermava, questa macchina tutte le volte che si fermava, si spegneva e bisognava spingerla e così......
.....mio padre appena la macchina doveva ripartire, si girava sulla destra guardando mio zio Giacomino (e poi vi spiego), e gli diceva: ......ammutta Giacomino, mio zio usciva con mia sorella in braccio, la poggiava sul sedile, spingeva per un paio di metri la macchina con tutto quel ben di dio dentro e poi di corsa di corsa doveva risalire, perchè la macchina non si poteva fermare, la raggiungeva, sempre correndo prendeva mia sorella in braccio, si sedeva a volo e chiudeva lo sportello, quando....
.....le macchine si fermavano di nuovo e ricominciava tutto da capo, per non dire che la maggior parte delle volte, spingendo, gli cadevano le esportazioni con filtro e i cerini, dal taschino della camicia, quindi appena la macchina partiva, doveva prima tornare indietro a recuperare la "tabaccheria", evitando fra l'altro di finire investito e poi triplicare la corsa per raggiungerci ed effettuare tutte le operazioni d'imbarco.
Lo so cosa state pensando, anch'io mi sarei tolto il vizio di fumare e meno male che la macchina aveva 4 sportelli, se no vi immaginate......
Foto tratte dal web.